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venerdì 5 dicembre 2014

trenta dì: novembre

Novembre è cominciato tiepido e assolato. Dolce, ma non troppo. Vago ed indeciso. Sospeso. I suoi giorni si sono snodati come caselle di un gioco dell'oca lento, per niente dinamico, con troppi "ritorna alla partenza". E anche il mio essere dinamo dentro non è bastato a rischiarare giornate che si facevano via via più buie, con il sole che calava ogni giorno un po' più presto e le nubi che troppo spesso si sono addensate nel cielo.

lunedì 15 settembre 2014

parentesi tonde

Passa il tempo, si accavallano gli anniversari, sfumano i ricordi, si placano i dubbi. 
Inizio a pensarti meno, da un po' di tempo. Non so nemmeno come sia successo. 
Ho vissuto, e tanto è bastato. Ci siamo viste meno, e questo ha aiutato. Un po' non ne avevo voglia, di venirti a trovare. Un altro po' sapevo che ad un certo punto sarebbe stato necessario starti lontana. Si sa: occhio non vede, cuore non duole. 
Poi arrivano le ricorrenze a ricordare, a segnare sul calendario il tempo che passa e a farmi mettere sulla bilancia quei soliti quattro etti di considerazioni, pensieri, ricordi.
Mi manchi molto, moltissimo a volte. Mi manca tutta la fiducia nel futuro, la promessa di vita che avevi fatto germogliare in noi. La solita stupida languida nostalgia per quel che è stato e sai che non tornerà.
Questo settembre è perfino peggio di quello in cui ti ho lasciata. Non l'avrei mai creduto possibile, e invece. La vita sa sorprendere e stupire sempre, nel bene e nel male, meritandosi applausi e imprecazioni, lodi e maledizioni. 
Mi chiedo come sarebbe stato affrontare  quest'estate lì da te. Meglio? Peggio? E chi può dirlo? Farei meglio a smettere di illudermi che esistano risposte al gioco dei se e dei ma. 
Lì da te, come poi? Con chi? Che non è rimasto quasi nessuno, ormai.

martedì 27 maggio 2014

il fior fior della primavera: soffiar soffioni

soffioni b&w ©shaulalala.blogspot.com
E' da quando son salita a bordo di questa zattera che mi rigiro queste foto sotto gli occhi e tra le dita.
Aspettando le parole giuste per accompagnarle. Che non credo troverò nemmeno stavolta.
Sono foto importanti. A me care, carissime. Per molti motivi.

mercoledì 7 maggio 2014

il fior fiore della primavera: in bloom


Fiorellini

Fiorellini che i petali schiudete
ogni mattina alla prima letizia
del sole, dite un po', come sapete
vincere il dolce sonno e la pigrizia?

(Camilla Del Soldato)
Io sono la primavera

Lucciole belle, venite da me;
son principessa, son figlia di re.
Ho trecce d'oro filato fino
ho un usignolo che canta su un pino,
una corona di nidi alle gronde,
una cascata di glicini bionde,
un rivo garrulo, limpido, fresco,
fiori di mandorlo, fiori di pesco.
Ho veste verde di vento cucita
tutta di piccoli fiori fiorita;
occhi di stelle nel viso sereno,
dolce profumo di viole e di fieno
e per il sonno tranquillo dei bimbi
la ninna nanna felice dei grilli.

(Renzo Pezzani)
Il buon odore

" Ma bimbo mio, perchè
sciupar questo bel fiore?"
"Cercavo il buon odore...
non so capir dov'è?"

(Lina Schwarz)
Cose piccoline

Le cose piccoline
son pur belle
chi non credesse a me
guardi le stelle.
Chi non mi crede
guardi il gelsomino
l'odore è grande
e il fiore è piccolino.

(Arpalice Cuman Pertile)

Albero in fiore

E dove li tenevi
alberino lucente
i fiori che ora levi
e non pesano niente?
Eri, a gennaio, brullo,
la neve i vestì.
Stamani, al primo frullo,
il capo ti fiorì.

(Lina Carpanini)

Nelle foto: alberi in fiore a Casavecchia, primavera 2010 e 2011

Postilla al post: settimana scorsa, mentre ero via, Mammavvocato mi ha sfidata a colpi di poesia.
Rispondo con queste piccole poesie e rime,che amo leggere ai miei figli, ma anche a me, con l'arrivo della primavera.
Non amo particolarmente le catene, ma le poesie sì. E leggerne è sempre un piacere.
Quindi rilancio a Bussola, Mentre dormono e Why, se ne avranno voglia, senza scadenze ovviamente!











lunedì 10 febbraio 2014

il fior fiore dell'inverno 3

Indovina? Sì, piove.
Arriverà primavera senza che qui si sia visto l'inverno? Probabile.
Ma è sempre così qui, in questa desolata piana nordorientale? Spesso, ma non sempre.
A volte sa essere gradevole. Limpido, gelido, frizzante.
Talmente freddo che nemmeno le nuvole hanno il coraggio di radunarsi lassù nel cielo.
Talmente gelido che il ghiaccio ricama trine e merletti così fitti che nemmeno il sole di mezzogiorno scioglie.
Talmente terso che la luce del giorno abbaglia, e l'energia ti pizzica dentro le ossa, ti scorre nella pelle e ti fa saltellare sui piedi, e camminare, e muovere.


L'ultima volta che qui ha fatto davvero freddo eravamo a Casavecchia.
Le nostre giornate scorrevano a dei ritmi ancor più lenti di adesso.
Avevamo una nostra consolidata routine quotidiana, costellata di piccole cose, attività e momenti.
Al mattino, dopo colazione e toletta, scendevamo a passeggiare, Due passi attorno a casa, che ci portavano dritti all'ora di pranzo.
Un giretto nel boschetto, uno sguardo ai laghetti, sassi da raccogliere e con cui riempirsi le tasche, qualche rametto da portare in casa come un piccolo tesoro prezioso.
Un saluto agli animali e la pappa da portare alle galline.



Cora cresceva, esplorava, imparava.
Io ero di nuovo serra. Custodivo nel caldo della mia pancia un altro piccolo germoglio.
Lo proteggevo dalle intemperie, dai rigori dell'inverno, dal gelo e dal vento.
Facevo crescere quel piccole fiore dentro di me.
A primavera avrei aperto le porte della mia serra per farlo sbocciare, sotto i primi tiepidi raggi del sole.
Intanto passeggiavamo in questa selva gelata e cristallina, bianca e luminosa.
Crescevamo, esploravamo, imparavamo.















nelle foto: gelo a Casavecchia, gennaio 2012
nelle orecchie: White Winter Hymnal, Fleet Foxes 

lunedì 27 gennaio 2014

il fior fiore dell'inverno 2


Non è sempre così.
A volte ti stupisce di bianco candore. Capita anche qui, di rado.
E la rarità dell'evento amplifica l'eccezionalità dello spettacolo e cementa il ricordo.
Siamo a metà dicembre, 2009.


Capita di avere amici a cena, di tirare un po' tardi fra chiacchere e bicchieri.
Dalla finestra giunge la notizia che sta fioccando, e non poco. Quando per gli amici si è fatta ora di partire li accompagniamo giù, ha nevicato tanto in questo paio di ore, non è detto che riescano a mettersi sulla strada.
Invece vanno, tutto fila liscio. Ci ritroviamo fuori, ben imbaccuccati, sta nevicando ancora, ma con meno veemenza. Sarà l'una di notte, ma il riverbero della luna sulla neve illumina tutto.
Passeggiamo attorno a casa, poi nel boschetto e infine nel sentiero stretto tra le siepi che costeggia il laghetto e arriviamo fino all'altra estremità, dove la casa è più lontana e il passante purtroppo più vicino.
C'è solo il suo traffico a guastare questo momento di bianco silenzio in questa notte luminosa che custodisce i nostri passi nella neve fresca come noi custodiamo dentro di noi un piccolo segreto.



Il mattino dopo il paesaggio fuori dalla finestra ci abbaglia.
Ha nevicato tutta la notte.
Scendiamo giù, c'è neve ovunque. C'è da spalare tutta la stradina, perchè i mezzi hanno pulito solo il tratto asfaltato, qui è sterrato e tocca a noi.
Io faccio compagnia un po', ma non aiuto.Prendo la fotocamera e faccio un giro, vado a raccogliere scatti.






A mezzogiorno pranziamo tutti assieme. Abbiamo portato giù una bottiglia, una di quelle buone, di quelle speciali. C'è un annuncio da fare, una lieta novella a cui brindare.
Saremo in tre. C'è vita dentro di me.
Qualcuno già sospettava, non ero andata al lavoro quella settimana per le prime visite e la cosa non era passata inosservata.
Baci, abbracci, euforia, congratulazioni e commozione.

Dopo pranzo passeggio ancora attorno a casa.
Il lago è ghiacciato, l'amaca è una coltre di neve, il sole sta già calando e si alzano cortine bianche dai canali e dai campi.






Mi chiedo quanto sia passato dall'ultima volta che queste mura hanno ospitato una donna incinta: è una vecchia casa colonica, del 1700 circa dicono, poi non so, ma credo che negli ultimi cinquant'anni qui dentro non si siano viste donne farsi matrioske e non si siano uditi pianti di neonato e risa di bambini.
Mi aspettano mesi di cova, in quest'angolo di mondo che per ora è la mia casa.
Lunedì non andrò al lavoro. Nemmeno martedì, nè i giorni seguenti.
Inizia così, in un fine settimana da cartolina invernale, il mio diventare mamma.
La neve e il freddo fuori dalla finestra, il caldo della casa e il tepore della mia pancia a proteggere quel piccolo germoglio dentro di me.

Un anno dopo avrebbe nevicato di nuovo, meno copiosamente ma altrettanto fiabescamente.
Al mattino saremmo scesi, con cappelli e cappotti, per far conoscere la neve, la prima neve, alla nostra bimba, la nostra prima bimba.







Dicono che domani nevicherà anche qui, forse. Un po' di nevischio misto a pioggia, forse.
La mia bimba, la mia prima bimba, non aspetta altro. Qualche mattina fa,con ancora gli occhi chiusi a cavallo tra il sogno e il buongiorno, la sua prima parola è stata "...neve..."
Bisognerà portarla in montagna prima che finisca l'inverno, perchè lì,come dice lei,c'è sempre la neve.

nelle foto: neve a Casavecchia, dicembre 2009 e dicembre 2010






lunedì 20 gennaio 2014

cohousing, come è iniziata


Io è così che ho conosciuto Casavecchia.
Era domenica, il primo ottobre di, ormai, cinque e rotti anni fa. Il cielo era velato, l'aria umida e afosa, ma l'atmosfera era viva e frizzante.
Giusto tre settimane prima avevo rivisto una mia cara, carissima amica con cui i rapporti si stavano facendo, senza un motivo preciso, sempre meno frequenti, nonostante il fortissimo legame che ci univa, ma questa è un'altra storia che merita di essere narrata prima o poi.
La settimana successiva, era domenica sera, mi chiama dicendo: "veniamo a cena lì, portiamo la pizza, dobbiamo parlarvi di un progetto."
Quando a parlarti di "un progetto" è una fucina vivente di creatività ed iniziative, non ti stupisce neanche un po', anzi. Ordinaria amministrazione, direi.
Ma. Ma quello che lei e il suo compagno hanno iniziato a raccontare e a proporre, in preda all'entusiasmo, tanto che a volte dovevo fermarli per farmi rispiegare, con calma, qualche passaggio, ci ha travolti e sorpresi.
Non si trattava di un progetto artistico, nulla di creativo o musicale, si parlava di un progetto di vita.

sabato 11 gennaio 2014

il fior fiore dell'inverno


Eccoci qui. Sono pronta.
A fare i conti con te, per l'ennesima volta.
Non mi piaci sai, c'è poco da fare.
C'ho provato, oh se c'ho provato.
Ma non va, inutile sforzarsi.


Se solo durassi un po' meno.
Un mese sarebbe l'ideale, per me.
Poi basta, avanti il prossimo.
Non è colpa tua. E sei anche tremendamente necessario.
Solo che qui in questa palude padana si fa fatica ad apprezzarti.



Sei umido. Goccioli dal cielo tutto il giorno, a volte per settimane intere.
Ogni tanto regali qualche giornata limpida, tersa, e fredda, di quel freddo vitalizzante,che mi sferza di energia.
Ma sono perle rare, di luce e cieli blu.
Neve qui sempre poca.
E quando ne scende un po' tutti giù a imprecare, e i disagi, e il traffico, e i disservizi.
A me dà più noia sentire loro, che affrontare il tuo manto bianco.
Invece qui, in questa porzione di terra tra monti e mare, la nebbia la fa da regina.


Sei buio, troppo buio.
Anche se inizi quando le giornate hanno ricominciato ad aggiungere spicchi di sole all'alba e al tramonto, la strada è ancora lunga.
Io arranco senza sole, questa è la verità.
Andrei in letargo, ecco.
Come uno scoiattolo, mi chiuderei nella tana sommersa di noccioline.
Ridurre al minimo attività, impegni, aspettative.
Dormire e dormire e dormire.
Calde coperte, soffici cuscini, tazza bollente tra le mani.
Il più confortevole degli stereotipi, da consumare sul divano, sbirciando ogni tanto dalla finestra per vedere se per caso la nebbia ha ceduto il posto ad un fiocco di neve, o a un raggio di luce.
E allora infilarsi cappelli e cappotti e correre giù.



Nelle foto: Nebbia a Casavecchia, gennaio 2011, ore 14.00.

Nelle orecchie, questo:
Bob Corn -Cold and gold

e anche questo.






lunedì 4 novembre 2013

cohousing, cinque anni dopo

Cinque anni fa.
Un novembrissimo sabato d'inizio novembre.
A Casavecchia s'inaugurava la cohousing.
Si varava questa nave, bizzarramente assortita.
Dalla rotta incerta, ma con a bordo un equipaggio di naviganti entusiasti e motivati.
Anche un po' inconsapevoli ed incoscienti, forse.
Senz'altro non preparati.
Ma chi mai è preparato, davvero, al domani e alle sue mille imprevedibili variabili?
Non lo siamo quando viviamo da soli, tra noi e noi, figuriamoci quando decidi che casa tua non è solo tua e che la tua quotidianità s'intreccerà, fittissimamente, con quella di altre 5, 6, 7, quante?, persone.
E senza un minimo di spavalda e incurante incoscienza non c'è avventura che possa essere vissuta.
A ponderare ipotesi, a riempire borse di se e di ma, si rischia di non andar lontano, zavorrati al terreno dalle nostre sicurezze e dalle nostre paure.
E in quel momento della mia vita un'opportunità tale non andava trascurata, chè mi sentivo parecchio stagnante.
Un centinaio, abbondante, di persone quel sabato erano lì.
Amici, parenti, conoscenti.
A vedere, a capire, a cercar di capire, perché qualche scettico a guardarci c'è sempre stato.
A incoraggiare gli animi e a dar man forte, perché qualche entusiasta a supportarci c'è sempre stato.
Poi il sindaco, qualche autorità, un po' di stampa.
Perché lì, in quel fazzoletto di provincia, in quell'angolo di campagna rimasto intrappolato tra autostrade e capannoni, stava per succedere qualcosa di nuovo, eppure tanto vecchio.
E non si poteva restare indifferenti.

Ieri siamo stati lì, a Casavecchia.
C'è stata una piccola, e quasi intima, reunion.
Una calda rimpatriata, attorno alle solite tavole imbandite.
C'eravamo quasi tutti.
Tranne uno dei vecchi e una coppia dei nuovi.
Chi è entrato per primo e subito, ed è uscito da appena un mese.
Chi ha fatto solo un tentativo, sei mesi, poco più.
Chi ancora c'è, ma presto andrà altrove, dove di sicuro ancora non si sa.
Chi, (noi) lì è entrato in due ed è uscito in quattro.
Chi quella è casa sua e ora per la prima volta in cinque anni si ritrova con la casa quasi vuota.
E per la prima volta questo strano e fortuito meccanismo del turnover sembra essersi inceppato.

lunedì 7 ottobre 2013

la logistica nei giorni di pioggia

La logistica nei giorni di pioggia mi farebbe spegnere la sveglia e girarmi dall'altra parte.
Che sotto le coperte c'è un così bel tepore, fuori piove, fa freddo, non c'è nemmeno il riscaldamento acceso e neanche l'ombra di un croissant ad aspettarmi sul tavolo in cucina.
Chi me lo fa fare ad uscire da questo caldo letto?
Non è mica scuola dell'obbligo poi?
Sì, lo so, siamo ancora in pieno inserimento, gli ultimi due giorni della settimana scorsa, sventata la crisi di governo, quella di Cora con l'asilo ci ha invece travolti e non è il momento ora di mostrare tentennamenti e mettersi a farle confusione con sciocche pigrizie e lamentele sul "ma che freddo che fa".
A scuola si va. Punto.

La logistica nei giorni di pioggia mi fa desistere dall'alzare le tapparelle di casa, che tanto tempo mezz'ora dobbiamo essere fuori tutti e se piove di "stravento" mi viene dentro tutta l'acqua e allora sì che questo diventa di diritto il peggior lunedì dell'anno.
E quindi mi tocca far colazione, lavarmi, vestirmi asserragliata dentro casa con le luci accese alle otto del mattino.
Non lo tollero.

La logistica nei giorni di pioggia comporta che il più piccolo dei tre alla fine esca di casa in pigiama, che non vale proprio la pena di far tanta fatica a spogliarlo e vestirlo che tanto poi si torna a casa e si sciabatta tutta mattina.

sabato 5 ottobre 2013

il fior fior dell'autunno

Uno dei primi grossi lavori nei campi a Casavecchia all'inizio dell'autunno era la spannocchiata.
L'ultima domenica di settembre, o la prima di ottobre, salvo particolari condizioni climatiche avverse che costringevano ad anticipare o posticipare l'evento.
Perché di un vero e proprio evento si trattava, di un appuntamento atteso e organizzato e partecipato, da molti.
A Casavecchia ogni anno un campo, non sempre lo stesso per ovvie ragioni di rotazione, veniva coltivato a mais.
Mais che, una volta raccolto, serviva da mangime per galline, galli, capponi, tacchini e faraone.
Mais che veniva raccolto rigorosamente a mano.
Ma non era un campetto, le sue dimensioni non permettevano ad un paio di persone di smazzarsi il lavoro da sole in poco tempo, e quando le pannocchie son pronte, specialmente se coltivate biologicamente, non si può rischiare di lasciarle sul campo troppo a lungo: parassiti e umidità possono compromettere il raccolto...e sarebbe un gran peccato.
Anche perché a quel punto, dopo aver speso per comprare le sementi e aver pagato il trattore per l'aratura e la semina, toccherebbe pure spendere per acquistare il mangime per le bestie, e tutte le buone intenzioni di tentare un po' di autosussistenza svanirebbero nel nulla, che già è abbastanza ardua come impresa.

 
Quindi quando le pannocchie erano belle e pronte a Casavecchia veniva indetta la giornata della raccolta del mais, ovvero la Spannocchiata.
Venivano invitati amici, parenti, conoscenti, curiosi e uomini di buona volontà.
L'appuntamento era per le 10 del mattino, la Casa offriva un'abbondante colazione, forniva guanti e mascherine a quanti fossero giunti sprovvisti.
Un consiglio...non spannocchiate mai senza un fazzoletto sulla bocca e sul naso, c'è veramente un polverone lì in mezzo, man mano che le pannocchie lasciano il fusto, e un cappello per difendere la vostra testa in caso di, probabile, sole e di, garantite, bestioline volanti di qualsiasi specie...
Così bardata l'allegra compagnia degli spannocchiatori, dopo essersi ben rimpinguata, secchio in mano si avviava verso il campo.


E si comincia: individuare la pannocchia, o le pannocchie (sono giusto un paio, a volte tre, per fusto), aprire bene le foglie secche che la avvolgono, strappare la pannocchia, gettarla nel secchio, piegare a metà il fusto spannocchiato per evidenziare e rammentare a sé stessi e agli altri spannocchiatori che di lì è già passato qualcuno e pannocchie non ce ne stanno più, inutile cercare.




Proseguire così, fino alla fine della riga.
Per praticità ognuno si sceglie una fila di pannocchie e tira avanti per quella, che altrimenti ci si incasina.


La fila sa essere molto lunga, ad un certo punto, e sembra non voler finire mai.


La fortuna è avere nella fila di fianco a sé qualcuno di molto abile e veloce, che terminando prima di noi decida di aiutarci invece di andare a ingozzarsi di pane, salame e formaggio.
Nel frattempo si chiacchera, si ride, si canta, si ascoltano aneddoti e storie di vita vissuta.
Una gran bella atmosfera.





Ogni volta che il secchio è pieno lo si svuota, passandolo di mano in mano, nel carretto del trattore, che avanza lentamente.
Quando il campo è ormai completamente spannocchiato, scatta l'applauso e tutti vanno darsi una necessaria quanto meritata rinfrescata.


Si è ormai fatto pomeriggio inoltrato, c'è fame e voglia di appoggiare le stanche chiappe.
La casa, in cambio del lavoro svolto dalla squadra di spannocchiatori, offre una lauta e godereccia cena: pasta e fagioli, verdure, formaggi, salumi, pane e vino a volontà, da gustare seduti attorno a un grande tavolo, rigorosamente all'aperto, meteo permettendo.





Io è così che ho conosciuto Casavecchia.
Era domenica, il primo ottobre di, ormai, cinque anni fa.
Il cielo era velato, l'aria umida e afosa, ma l'atmosfera era viva e frizzante.
Eravamo andati a vedere, a scoprire, a toccare con mano.
Perché c'era la possibilità che quel posto diventasse, anche, casa nostra.
Non più tardi di due settimane prima due nostri cari amici ci avevano buttato là una proposta.
Ma questa è un'altra, lunga, storia.

Dopo la prima, ci sono state, per me, altre tre spannocchiate.
La seconda il tempo era bello, ancora estivo, si fece gran festa, un mucchio di gente, amici, bambini, canti e balli. Un mese dopo sarei rimasta incinta, per la prima volta.
La terza, il cielo era grigio e nebbioso. Quella volta lavorai poco, quasi nulla.
La mia prima bimba aveva due mesi, dormiva stretta a me nella fascia e passeggiavamo assieme vicino al campo, davamo una piccola mano in cucina, ci lasciavamo coccolare.
La quarta e ultima, la mia prima bimba muoveva i primi passi da sola e nella mia pancia cresceva, di nuovo, la vita.









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