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mercoledì 15 gennaio 2020

il Natale appena passato, da queste parti

Se c'è chi inizia a parlare di Natale già da settembre, 
se sugli scaffali troviamo panettoni e pandori prima ancora che sia Halloween, 
se c'è chi fa l'albero a novembre, 
non ci sarà nulla di male se io mi metto scrivere post natalizi in una grigia e bigia mattina di metà gennaio. 
Giusto?

Mi è venuta voglia di scrivere, un po' più a lungo di quella manciata di righe che altri luoghi virtuali mettono a disposizione. 
Mi sono accorta che la memoria della reflex era zeppa da scoppiare di istanti, semplicissimi, ordinari e quotidiani come sempre, ma non per questo meno speciali o importanti, anzi.
 E che non sapevo scegliere quale lasciare fuori, se avessi voluto raccontare questo Natale appena passato. 
Mi sono detta che questo Natale appena passato io avevo voglia di raccontarlo, una volta ancora.
Per immagini e parole, istanti e ricordi, come già tante altre volte ho fatto.
Non che ci fosse nulla di nuovo, o diverso, da raccontare rispetto al Natale prima, e a quello prima ancora.

Ma per me la magia del Natale in fondo sta tutta lì, non mi stancherò mai di dirlo, e di scriverlo.  

Nei ricordi che diventano memoria.  
Nelle abitudini che diventano tradizioni.
Nelle banalità che diventano certezze.
Nel celebrare la normale quotidianità con cura, e sì, quell'attenzione in più, che si meritano le pareti di questa casa, e le nostre famiglie, e i nostri giorni. 
Nel ritrovare i soliti vecchi gingilli, e addobbi e balocchi dentro scatole polverose, e vederle riprendere posto negli angoli di casa, e nelle pieghe dei giorni. 
Nel decidere che i miei figli, che presto non saranno più tanto bimbi, non possono rischiare di uscire dall'infanzia senza aver mai avuto un calendario dell'avvento come si deve, con sorpresine, regalini, bigliettini, fiochi e controfiocchi.
E allora la mamma austera e sobria che spesso alberga in me si è fatta il regalo più bello: concedersi di cambiare idea. 
E ha preso 48 sacchettini di carta, di quelli del pane, ma piccini picciò.
Ha iniziato a scriverci i numeri, e farci i disegnini, quando loro non erano in casa, o di sera tardi sul divano, mentre loro dormivano. E poi si è lasciata andare, mattina dopo mattina, godendosi il loro stupore, sorpresa dopo sorpresa. 


E giorno dopo giorno ho ritrovato quella frenesia che accompagna l'attesa.
Quel cuci-cuci, cuoci-cuoci, taglia-taglia, colora-colora, inforna-inforna che nel linguaggio shaulico viene chiamato "Dolce far molto", fatto da pochi ingredienti, sempre gli stessi da anni, che ci tengono compagnia in lenti pomeriggi in cui il tavolo del salotto è invaso da una pacifica brigata di forbici, colla, pennelli.
E il pavimento ricoperto di fili, ritagli di carta, brillantini sparsi e gocce di colore ele arance stanno nel forno a seccare.
Assieme a quello di zenzero e cannella dei biscotto di pan pepato e delle infinite tazze di tisana il loro profumo è il profumo di dicembre, ogni anno sempre di più.
Così i giorni scorrono via lenti e indaffarati in equilibrio perfetto, che è un prodigio che solo dicembre sa compiere.










Anche quello di farmi riprendere in mano ago e filo, e ricamare, è un prodigio che dicembre riesce sempre a compiere.
Ritrovo sempre quella spinta a creare, vivace ma lenta, da cui nascono poche cose, ma tanto preziose per me.
Questi telai di iuta e panno li ho fatti per il mercatino di Natale della scuola. Li avevo finiti quando ormai il sole era già sceso, ed era troppo buio per fotografarli bene.
Così il mattino dopo, prima di portarli a scuola, mi sono presa il tempo di uscire in terrazza e scattare qualche foto.

E ci ho preso gusto a fare foto, perchè la luce di dicembre sa essere magica, e i momenti da catturare, quando arriva dicembre, sono talmente belli che no, non si possono lasciare lì.
Così mi sono portata via le gocce di pioggia sui petali dei ciclamini.
E le nostre mani, sempre indaffarate, e i tanti biscotti, come ogni anno, eppure riescono sempre a sembrarmi bellissimi.
Deve pensarla così anche mia figlia, che sempre più spesso mi chiede la reflex, e inizia a scattare.
E molte delle foto qui sotto le ha fatte lei, ma a volte fatico a riconoscere quali sono mie, e quali sono sue, tanto mi piace, e mi ritrovo, nel suo occhio e nel suo modo di cogliere dettagli.




















Una mattia invece ti svegli e ti accorgi che tra una teglia di biscotti e una stella ricamata, tra una pioggia di brillantini e una candela accesa sul tavolo quasi siamo arrivati alle soglie del Natale, a quel momento che ogni anno aspettiamo e prepariamo con cura, emozionandoci come bambini.
Prepariamo lo spuntino per il caro Buon Vecchio Babbo, e poi si va a dormire.
Chiedendoci se passerà anche questa volta, se ci porterà quello che avevamo chiesto, se gli piacerà lo spuntino, se ci lascerà anche quest'anno una lettera, come ha promesso.

Il mattino dopo l'emozione e lo stupore sono sempre più grandi, di anno in anno.
Velati, solo in parte, da una leggera patina di malinconia.
Perchè questi dieci anni da mamma sono volati via più veloci di quel che temevo, e questi presto saranno davvero solo racconti  e ricordi.
Ma il presente è qui, e ora. E questo qui e ora, questo giorno di Natale appena iniziato, è luminoso e tiepido.
In cucina è tutto uno spignattare, i passatelli sono stesi sul tavolo, in attesa di tuffarsi nel brodo, che da un paio di ore borbotta sul fornello.
La tavola è apparecchiata, la mia bimba ha preparato i segnaposto per tutti, io ho preso i calici delle occasioni speciali e prima che arrivino i nonni e gli zii ci toglieremo pigiami e grembiuli, e indosseremo i vestiti belli, e mangeremo cose buone, e brinderemo.

Perchè è anche questo che amo del Natale: rendere speciale ogni cosa che ci pare normale.
Celebrarla con cura e attenzione, preparando cibo e sorprese, addobbando casa e mettendosi anche in ghingheri, sì.
Per quelle stesse persone con cui ogni giorno condividiamo fatiche e pensieri, preoccupazioni e noie, quotidiane incombenze e infinite speranze, occhiaie e mal di pancia, domeniche in pigiama e sbadigli al mattino.












E poi ci si è seduti a tavola. E si è iniziato a mangiare, e a bere, e a chiacchierare, e a ridere, e ad aprire pacchetti, e sbucciare mandarini,e a giocare a Dixit (lo conoscete? beh, dovreste 😉, è bellissimo!), e via così.
E poi è iniziato quel tempo lento e vuoto delle vacanze.
E si è dormito, tanto.
Gironzolato un po'.
Riordinato molto.
Riposato di più.
Lasciato un po' il mondo fuori dalla porta, e acceso le lucine ogni sera, quando calava il sole.
Ogni giorno un po', pochissimo, più tardi del giorno prima.

Nulla di più, niente meno.
Pare addirittura che la sottoscritta abbia un giorno, seduta a tavola, non ricordo bene se a colazione, pranzo o cena visto che le coordinate temporali erano già andate perdute il 20 dicembre, se ne sia venuta fuori con una dichiarazione parecchio inusuale.
"Certo che a volte ci vuole proprio. Passare le vacanze a casa, senza partire, senza viaggiare. Si sta proprio bene."
Marito mi ha perfino chiesto di ripeterlo, e mi ha addirittura fatto un video col telefono, mentre lo ripetevo, tanto inconsueto dev'essere stato sentirmelo dire. 
Ed è vero, lo direi ancora e ancora, nonostante la mia insaziabile voglia di fare la valigia e andare.
Perchè la verità, in verità, è che davvero, quando stai bene, anche il tuo piccolo, semplice, ordinario modo quotidiano è un bellissimo posto in cui andare in vacanza. E si mangia pure bene, dicono 😊.



Qui sotto una breve lista di link a vecchi post dove potrete trovare spunti e ispirazioni per il prossimo dicembre. 

Ricetta del pan pepato per fare i biscotti, e un'idea regalo facile e veloce. 

Arance secche: come farlo nel forno di casa.

Lettere da Babbo Natale: una delle più belle che mi abbia mai scritto. 

La borsa per fare le spese: un tutorial facile facile per un regalo da fare a mano per nonni, parenti e amici.

Dolce Far Molto: la mia ricetta natalizia.

mercoledì 29 novembre 2017

trenta dì: novembre

trenta dì conta novembre,
con april giugno e settembre,
di ventotto ce n'è uno, 
tutti gli altri ne han trentuno.

Istantanee di attimi, luci, colori e sapori che scandiscono il tempo dei mesi che si rincorrono l'un l'altro.

 (la colonna sonora di questo novembre è qui, accendete la casse, e felice ascolto)

Credo che tornare indietro sia molto meglio che starsene fermi, a volte. 
A volte ci si stufa, si cerca qualcosa di nuovo, ci si allontana da dove si è partiti. 
Poi ci si guarda indietro, e ci si accorge che tutto sommato, in fondo in fondo, a ben guardare, non era poi così male, lì dove eravamo. 
E così, per l'ennesima volta in questi ultimi due anni, cerco di tornare qui. 
A questo polveroso e assopito blog. 
Riapro le finestre e faccio entrare la luce in queste stanze fatte di parole e immagini.
Ricomincio da qui, dai racconti di quel che accade tra le quattro mura dei miei giorni. 
Giorni semplici, spesso fatti di niente, vissuti con lentezza, cercando di cogliere attimi di bellezza e angoli di luce in mezzo a tanti quotidiani grovigli.
Riparto dai trenta dì di novembre.

Un novembre più luminoso e tiepido di quanto mi aspettassi. 
Le tante ore passate all'aperto, nonostante le giornate sempre più corte.
Le tante ore passate in mezzo ai bambini, in mezzo alle foglie dorate, in mezzo al fango appiccicoso.
Casavecchia a far di nuovo da cornice, ad un quadro nuovo che sto ancora dipingendo.
Un bosco di pianura a far da pareti alla nuova me che sto ancora cercando di costruire.





E le pareti di questa casa, che sento finalmente mia. Mio rifugio, mia tana, mio riparo.
Dove ad ogni angolo trovo pezzi di me, dove ogni angolo racconta qualcosa di me, a ritroso nel tempo, fin da quando ero bambina.
Queste stanze, che a volte assomigliano più ad un'officina creativa, ad un laboratorio, ad una ludoteca, che ad una casa.
Ma non potrei immaginarla diversa. E la sua luce, che entra forte al mattino dalle finestre ad est continua a conquistarmi ogni giorno e a farsi perdonare il suo non essere la casa dei miei sogni.






La lentezza dei pomeriggi passati in casa, riordinando fili, aghi, perle e pensieri.
Con la musica di sottofondo, e una tazza sul tavolo sempre (Tè nero agli agrumi bentornato).
I compiti per casa, scoprire giorno dopo giorno con loro che crescono una nuova creatività. 
Giocare con numeri e parole, costruire un abaco (abbiamo una bravissima maestra di matematica), rispolverare il mio vecchio alfabetiere e provare un brivido, di nostalgia e tenerezza. (avevo una bravissima maestra pure io).










E per finire il giro delle stanze in cui ho abitato questo novembre, la cucina. 
Dove il sole entra da mezzogiorno e alle quattro già accendiamo la luce.
Dove a volte entriamo alle quattro per la merenda e finiamo col restarci fino a cena.
Dove il forno acceso manda profumo di cose buone, quando l'ispirazione c'è (questo novembre il premio piatto del mese va alle crespelle di galettes con ripieno di zucca e formaggi).
Dove a volte mi sembra di incantarmi come un  disco rotto, sempre sullo stesso punto: un ritornello di lavastoviglie da riempire e svuotare, di spese da riporre tra frigo e dispensa, di cene da inventare e di pavimenti da spazzare a fine giornata.
Ma poi, quando la stanchezza stantia e molesta passa (di solito un bicchiere di vino e un po' di buona musica aiutano), mi ricordo sempre di quella frase che suona più o meno così: le brave mamme hanno pavimenti appiccicosi, piatti sporchi e bambini felici.
Ora il pavimento appiccicoso ammetto di avere ancora qualche difficoltà ad accettarlo, ma per i piatti per fortuna c'è la lavastoviglie. 








E così tra polpette di fango e merende sul tavolo della cucina, anche novembre è finito.
E nell'aria inizia già a sentirsi profumo di zenzero e cannella.
Dicembre è alle porte.
Aspetto che bussi, per offrirgli una tazza di tè. Agli agrumi, ovviamente.






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