Fra le dipendenze da cui mai guarirò, e nemmeno mai vorrò guarire, ci sono i formaggi. Quelli freschi in particolare. Mozzarella, ricotta, stracchino, casatella, stracciatella e, lei, l'unica, la sola, l'incomparabile, l'ineguagliabile burrata. Quando mangio una burrata, alla temperatura giusta, con il perfetto grado di scioglievolezza all'interno io vado in deliquio, giuro. Seduti a tavola con me mentre ne addento voluttuosa un pezzo potreste vedermi chiudere gli occhi e abbandonarmi senza ritegno nè dignità ad un momento di libidinoso piacere gastronomico.
Da quando ha aperto una focacceria pugliese vicino a casa io sono una donna felice.
Posso uscire, fare due passi, varcare la soglia della loro bottega e tornare a casa con una burrata degna del suo nome: 350 grammi di bianca golosità, da tagliare in quattro, portare in tavola e darsi al gozzoviglio. Altro che quelle burratine del supermercato...buone, per carità...ma piiiiccole, così piccole che me le mangio in un boccone. Unico pregio: la confezione, 'chè se il packaging è una piaga ambientale, la possibilità di trasformarlo, riciclarlo e reinventarlo, bè, questo lo assolve da parecchie accuse.
Queste burratine per esempio venivano vendute in questi secchiellini neri, piccoli, con il loro coperchietto, nero pure quello, e un piccolo manichetto. Era estate quando me i sono ritrovato tra le mani e subito il pensiero è corso qualche mese avanti e il loro destino di rifiuti scampati alla pattumiera era già segnato: sarebbero diventati cestini porta dolcetti per la festa più pauuuurosa dell'anno.