venerdì 31 gennaio 2014

l'albero delle stagioni: inverno


Lo so che lì fuori il maltempo sta imperversando. Che la stagione sta mostrando il peggiore dei suoi volti. Che la natura non è sempre quella buona madrina in grado di dipingere paesaggi da favola.
Lì fuori l'acqua scende incessantemente e tracima pericolosamente.
La neve blocca, ostacola, isola e lascia al buio.
Lo so che l'avvicendarsi delle stagioni non porta con sè solo nuovi profumi, mutamenti di colore e variazioni di calore, che spesso non c'è proprio nulla di romantico o suggestivo.
E quest'immagine naif che dipingo sul muro con i miei figli è quanto meno riduttiva, se non addirittura illusoria.
Ma sono così piccoli, 3 anni e mezzo e 2 anni, hanno tutto il tempo davanti a loro per scoprire l'altra faccia della medaglia.
E il mio cuore spera che non lo debbano mai scoprire sulla loro pelle.
Arriverà anche il tempo di spiegazioni più dettagliate, degli approfondimenti, delle indagini scientifiche e delle riflessioni su questo mondo e i suoi misteriosi, affascinanti e fragili equilibri.
Per ora a noi basta così.
Carta, colore, tatto.

Il nostro albero dell'inverno ha iniziato a prendere forma ancora prima di Natale.
Coloravamo pigne e nel piattino era avanzato un sacco di tempera bianca.
Qualche rotolo di carta finita e un foglio si riempiva velocemente di cerchi.
Con le dita i cerchi si riempivano di bianco. Con uno spaghetto crudo nel bianco si tracciava l'impronta di un cristallo di neve.
I fogli sono rimasti lì, in attesa di essere usati, fino alla scorsa domenica.



La settimana scorsa invece, in un pomeriggio tra queste quattro mura, volevo far provare ai bimbi la pittura a spruzzo con lo spazzolino, un grande classico.
Un grande classico per il quale non erano pronti  a quanto pare e l'unica volta che Cora è riuscita a compiere il movimento giusto sulle setole l'ha fatto in direzione dei suoi occhi...
Poco importa, il bianco pastrocchio ha avuto il suo quarto d'ora di successo comunque e lo spazzolino si è comportato egregiamente anche nella veste di pennello.


La sagoma di un villaggio di casette da appoggiare sul foglio, lo spazzolino, che avrebbe dovuto far nevicare sul cielo, ha invece dipinto un bel mucchio di neve fresca sopra i tetti.
Tolta la sagoma non resta che dipingere delle finestre a dita. Voilà!



Altro pomeriggio casalingo. Bisogna pur farsela passare in qualche modo.
Due tazze di di bicarbonato.
Una tazza di amido di mais.
Una tazza e mezza di acqua.
Mescolare tutto assieme in un pentolino.
Mettere sul fuoco, mescolare bene fino a che l'impasto si sia amalgamato a sufficienza e abbia preso consistenza.
Quando inizia a staccarsi dal fondo vuol dire che è pronto.
Lasciarlo raffreddare e poi dar via libera ad un'oretta di divertimento con questa bellissima pasta, uno dei migliori "didò" autoprodotti che ho avuto modo di sperimentare fin ora: questo natale spopolava sul web e devo dire che ne ha tutto il merito!
Veloce, economico, dalla facilissima preparazione e dalla consistenza morbidissima, liscissima e gradevolissima.
E bianca come la neve.
Quindi noi cosa abbiamo fatto con questa pasta? Delle palline di neve, piccole piccole che si sono asciugate benissimo.




Infine domenica scorsa, mentre il papà preparava il pranzo, noi abbiamo tolto l'ultimo baluardo natalizio che ancora restava in casa e abbiamo vestito d'invero il nostro albero.




Fiocchi di neve posati sui rami e cristalli di neve che scendono dal cielo.


Ai piedi dell'albero un prato di tenera erbetta verde appena imbiancato.


Il piccolo villaggio di casette innevate ha trovato posto lì, di fianco all'albero, in questo candido paesaggio che non conosce prospettiva e non teme, fortunato lui, calamità.




Per un riepilogo delle passate stagioni vedere qui, qui e qui.

mercoledì 29 gennaio 2014

camargue

Viaggiando s'impara.
S'impara molto. S'impara pure a viaggiare. A valutare tempi e spostamenti, ad affinare la capacità di trovare un equilibrio tra la pianificazione e il bighellonare, a saziare tanto la fame di mondo quanto quella di svago e diletto.
Dal viaggio in Provenza ho imparato che è inutile incaponirsi e cercare di fare a tutti i costi qualcosa per cui non c'è tempo.
Inserire per forza un itinerario di un giorno in una zona che per essere gustata ed apprezzata necessiterebbe di due-tre giorni almeno ti lascia inevitabilmente con una sensazione di scarso appagamento addosso. Hai dato solo un piccolo morso, un fugace assaggio e non sapresti nemmeno dire che sapore aveva.

Eravamo in Provenza, anzi nella region PACA (Provence-Alps-Cote d'Azur) a voler essere precisi, e la Camargue era lì, a un paio d'ore di auto dal nostro campo base.
In fase di pianificazione del viaggio avevamo cercato di inserire una tappa di qualche giorno nella zona più orientale della regione. Non è stato possibile e ho, erroneamente, creduto che una gitarella di un giorno nella zona più prossima a dove eravamo alloggiati potesse essere sufficiente.
E invece no.
Ci sarebbe stato molto altro da vedere, da scoprire.
I paesaggi di Van Gogh, la gitana Saintes-Maries de la Mer, Aigües Mortes, Arles e i suoi dintorni...ce n'era di che vagabondare per qualche giorno. Se poi penso che essere sul mare significa per me rallentare e godere di tutto, aria, cieli, cibo, ad un ritmo ozioso e mollaccione in Camargue sarei potuta restare una settimana e non averne ancora abbastanza...

Ci siamo invece limitati al versante sud-orientale.
Abbiamo attraversato la Rèserve Nationale de Camargue, zona paludosa, selvaggia, per grandi tratti inaccessibile.
Abbiamo fatto tappa a La Capelière, da dove partono sentieri naturalistici di beve lunghezza e di facile percorribilità.
Si passeggia tra canneti a ridosso di stagni, in compagnia di zanzare e qui e là qualche punto d'osservazione permette dì avvistare qualche esemplare di garzetta e airone cinerino.
Io non è che ne abbia visti molti, e qualcuno deve aver trovato quella pausa da birdwatcher alquanto noiosa e pure inutile, visto che a casa ne avevamo a bizzeffe di aironi cinerini e pure fagiani e oche e tortore e compagnia bella.

lunedì 27 gennaio 2014

il fior fiore dell'inverno 2


Non è sempre così.
A volte ti stupisce di bianco candore. Capita anche qui, di rado.
E la rarità dell'evento amplifica l'eccezionalità dello spettacolo e cementa il ricordo.
Siamo a metà dicembre, 2009.


Capita di avere amici a cena, di tirare un po' tardi fra chiacchere e bicchieri.
Dalla finestra giunge la notizia che sta fioccando, e non poco. Quando per gli amici si è fatta ora di partire li accompagniamo giù, ha nevicato tanto in questo paio di ore, non è detto che riescano a mettersi sulla strada.
Invece vanno, tutto fila liscio. Ci ritroviamo fuori, ben imbaccuccati, sta nevicando ancora, ma con meno veemenza. Sarà l'una di notte, ma il riverbero della luna sulla neve illumina tutto.
Passeggiamo attorno a casa, poi nel boschetto e infine nel sentiero stretto tra le siepi che costeggia il laghetto e arriviamo fino all'altra estremità, dove la casa è più lontana e il passante purtroppo più vicino.
C'è solo il suo traffico a guastare questo momento di bianco silenzio in questa notte luminosa che custodisce i nostri passi nella neve fresca come noi custodiamo dentro di noi un piccolo segreto.



Il mattino dopo il paesaggio fuori dalla finestra ci abbaglia.
Ha nevicato tutta la notte.
Scendiamo giù, c'è neve ovunque. C'è da spalare tutta la stradina, perchè i mezzi hanno pulito solo il tratto asfaltato, qui è sterrato e tocca a noi.
Io faccio compagnia un po', ma non aiuto.Prendo la fotocamera e faccio un giro, vado a raccogliere scatti.






A mezzogiorno pranziamo tutti assieme. Abbiamo portato giù una bottiglia, una di quelle buone, di quelle speciali. C'è un annuncio da fare, una lieta novella a cui brindare.
Saremo in tre. C'è vita dentro di me.
Qualcuno già sospettava, non ero andata al lavoro quella settimana per le prime visite e la cosa non era passata inosservata.
Baci, abbracci, euforia, congratulazioni e commozione.

Dopo pranzo passeggio ancora attorno a casa.
Il lago è ghiacciato, l'amaca è una coltre di neve, il sole sta già calando e si alzano cortine bianche dai canali e dai campi.






Mi chiedo quanto sia passato dall'ultima volta che queste mura hanno ospitato una donna incinta: è una vecchia casa colonica, del 1700 circa dicono, poi non so, ma credo che negli ultimi cinquant'anni qui dentro non si siano viste donne farsi matrioske e non si siano uditi pianti di neonato e risa di bambini.
Mi aspettano mesi di cova, in quest'angolo di mondo che per ora è la mia casa.
Lunedì non andrò al lavoro. Nemmeno martedì, nè i giorni seguenti.
Inizia così, in un fine settimana da cartolina invernale, il mio diventare mamma.
La neve e il freddo fuori dalla finestra, il caldo della casa e il tepore della mia pancia a proteggere quel piccolo germoglio dentro di me.

Un anno dopo avrebbe nevicato di nuovo, meno copiosamente ma altrettanto fiabescamente.
Al mattino saremmo scesi, con cappelli e cappotti, per far conoscere la neve, la prima neve, alla nostra bimba, la nostra prima bimba.







Dicono che domani nevicherà anche qui, forse. Un po' di nevischio misto a pioggia, forse.
La mia bimba, la mia prima bimba, non aspetta altro. Qualche mattina fa,con ancora gli occhi chiusi a cavallo tra il sogno e il buongiorno, la sua prima parola è stata "...neve..."
Bisognerà portarla in montagna prima che finisca l'inverno, perchè lì,come dice lei,c'è sempre la neve.

nelle foto: neve a Casavecchia, dicembre 2009 e dicembre 2010






giovedì 23 gennaio 2014

la lavativa, la lavatrice e i lavabili

La lavativa sono io.
La lavatrice è quella che stamattina verrà portata e scortata, nuova di zecca, fin dentro la porta di casa da un abile e forte signore in tuta arancione.
I lavabili sono i pannolini, che usiamo, con successo, da tre anni e mezzo.

Partiamo da me, la lavativa.
Non ho mai particolarmente amato la questione pulizie e affini e tendo anche ad essere moderatamente disordinata. E tremendamente pigra.
Quando lavoravo, nonostante non avessimo ancora figli, durante la settimana non riuscivamo a fare alcunchè in casa e almeno uno dei due giorni del week end lo sacrificavamo alle pulizie, al riordino di tutto ciò che nei sei giorni precedenti veniva lasciato lì, buttato là, accumulato qui e qua.
Mi scocciava da morire, rubare quel tempo libero ad attività più oziose e dilettevoli.
Da quando non lavoro approfitto del nonni-day per smazzarmi tutta la casa, in un' unica mattina.
Alla fine stramazzo ma il week end è così quasi sempre salvo da aspirapolvere, mocio e compagnia.
Ho imparato la buona pratica del rimettere subito via quel che si è usato, e cerco di insegnarla, con non poco sforzo, ma con grandi risultati, anche ai miei figli.
Rimango comunque una pigra, e per quanto apprezzi l'ordine e la pulizia finali, se potessi farei volentieri a meno di occuparmi delle operazioni necessarie a raggiungere tali risultati.
Quanto ho detto finora serve solo a sottolineare che se ce l'ho fatta io ad usare i lavabili ce la può fare quasi chiunque.

Passiamo alla lavatrice.
Tra poco rientrerà nella nostra quotidianità e con lei torneranno pure i lavabili.
Perchè senza non se ne parla nemmeno, questo è certo.
In  queste due settimane ho potuto apprezzare il vantaggio di avere chi si occupava del mio bucato e ho toccato con mano cosa vuol dire usare gli usa e getta a tempo pieno, 24hoursaday.
Da un lato mi mancherà vedere uscire dalla porta di casa mia mamma, gentilissima donna, con sporte cariche di panni sporchi e vederla rientrare poi con le stesse sporte piene di ordinate pile di abiti lavati, profumati e soprattutto stirati.
Fanno davvero un altro effetto i panni stirati, è vero, devo ammetterlo.
Ma non mi avranno. Continuerò a non stirare come faccio da 11 anni. Si vive lo stesso e avanza un sacco di tempo da dedicare ad altro.
Dall'altro lato son felice di riprendere ad usare i lavabili. Per chi ha deciso di non usarli, o non ha mai preso nemmeno in considerazione di usarli,  può sembrare un'affermazione da pazzi.
Per chi invece fosse tentato ma non ancora certo di intraprendere quest'impresa magari la nostra esperienza potrà servire a chiarirsi ulteriormente le idee.

E arriviamo ai lavabili.
Cominciamo con alcune premesse.
Non sono una fanatica dell'ecologia a tutti i costi, non credo nell'impatto zero e in certe campagne che lo promuovono senza andare a fondo di certe tematiche e dinamiche, non sono un' "ecomamma" ( termine che aborro, ma così come aborro tutte le etichette...) e mi tengo a debita distanza da messaggi e fenomeni che sbandierano grandi ideali ambientalisti credendosi magicamente risolutori e allo stesso tempo però tacciono sulle proprie intrinseche contraddizioni.
Detto ciò credo che ci siano delle buone pratiche che se adottate possono comunque nuocere meno all'ambiente ed arginare certi problemi di consumo energetico ed impatto ambientale.
Bisogna però sempre ridimensionare quello che è il nostro apporto alla causa e ricordarsi che è un tassello inserito in un più grande, vasto e complesso sistema socio-economico: quello che facciamo lo facciamo perchè noi per primi ci crediamo e perchè lo riteniamo valido e consono alla nostra vita. Non salverà il mondo e tantomeno deve salvare la nostra coscienza.
Detto ciò usare i pannolini lavabili non è certo una di quelle pratiche ad impatto zero in assoluto, ne sono più che consapevole.
Vanno lavati, e sia che li laviate a mano sia che li buttiate in lavatrice, che usiate un costosissimo e pregiatissimo sapone super-bio o che ve lo auto-produciate voi o che vi grattugiate un buon marsiglia in ogni caso consumerete acqua ed energia e detersivo.
Per come la vedo io pressochè ogni nostra azione è votata allo scacco, un minimo di impatto ambientale ce l'abbiamo sempre, inutile illudersi.
Ciò non toglie che una scelta possa essere fatta, che si possa decidere se produrre una quantità di rifiuti indecente o fare qualche lavatrice in più.
Che poi ci si cambia di calzini e mutande tutti i dì per tutta la vita, ma a nessuno verrebbe in mente di riempirsi l'armadio di biancheria usa e getta, no?
Ci cambiamo, buttiamo in cesta, buttiamo in lavatrice, stendiamo o buttiamo in asciugatrice , a volte stiriamo pure. E di certo non stiamo lì a fare calcoli su quanti litri d'acqua sprechiamo, su quanti kwh andranno consumati e quanto ci costerà l'intera operazione di lavaggio.
Per cui a chi finora mi ha obiettato che comunque a lavarli i pannolini si inquina e si spende avrei sempre voluto chiedere se per caso aveva addosso uno slip di carta.
O se per caso imballa le proprie "produzioni" in materiali plastici e li getta poi nell'indifferenziata.
Non è detto che sia più economico o più ecologico usare i lavabili.
Dipende da come li si usa, dalla quantità, dalla qualità (ce n'è un'infinità e non tutti valgono).
Dipende dalla vita che si fa: lavorando e mandando i bimbi al nido, lì dove il nido non accettasse i lavabili, potrebbe non convenire e aggiungere altri carichi di lavoro a giornate già parecchio indaffarate e trafelate.
Io sono sempre stata a casa e la loro manutenzione non mi è costata fatica, non più di altre mansioni domestiche a cui avrei volentieri rinunciato potendo. Ma non si è potuto, e si continuerà a non potere...quindi tanto vale cercare di farle al meglio, con il minimo sforzo e il massimo risultato.

Certo richiede impegno. Ma basta organizzarsi, trovare un proprio sistema, da sperimentare, rodare e infine perfezionare.
Noi dopo tre anni e mezzo di utilizzo costante (due anni con la prima, ventidue mesi con il secondo di cui sei mesi in simultanea con la sorella) devo ammettere che siamo un po' stanchi.
Poi penso che tra lavoro e figli sono tredici anni che cambio pannolini tutti i giorni. Sfido chiunque a non essere un pelino provato da questa attività.
Siamo comunque ancora convinti di aver fatto la scelta giusta e di aver trovato la nostra giusta ricetta per rendere l'impresa il più possibile economica e vantaggiosa.
Ma mentre scrivevo questo post il campanello è suonato.
Il tecnico erano in realtà due, la tuta era blu e non arancione, ma il risultato non cambia.
Una lavatrice dimora di nuovo in questa casa.
C'è del bucato che attende di essere lavato, e non posso più approfittare dei gentili servigi di mammà.
La ricetta del nostro successo con i lavabili è rimandata ad un altro post, a data da destinarsi.











lunedì 20 gennaio 2014

cohousing, come è iniziata


Io è così che ho conosciuto Casavecchia.
Era domenica, il primo ottobre di, ormai, cinque e rotti anni fa. Il cielo era velato, l'aria umida e afosa, ma l'atmosfera era viva e frizzante.
Giusto tre settimane prima avevo rivisto una mia cara, carissima amica con cui i rapporti si stavano facendo, senza un motivo preciso, sempre meno frequenti, nonostante il fortissimo legame che ci univa, ma questa è un'altra storia che merita di essere narrata prima o poi.
La settimana successiva, era domenica sera, mi chiama dicendo: "veniamo a cena lì, portiamo la pizza, dobbiamo parlarvi di un progetto."
Quando a parlarti di "un progetto" è una fucina vivente di creatività ed iniziative, non ti stupisce neanche un po', anzi. Ordinaria amministrazione, direi.
Ma. Ma quello che lei e il suo compagno hanno iniziato a raccontare e a proporre, in preda all'entusiasmo, tanto che a volte dovevo fermarli per farmi rispiegare, con calma, qualche passaggio, ci ha travolti e sorpresi.
Non si trattava di un progetto artistico, nulla di creativo o musicale, si parlava di un progetto di vita.

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venerdì 17 gennaio 2014

a buccia d'arancia

Non mi aspetta un gran weekend.
Piove già da ieri sera. Pioverà domani. Pioverà domenica.
Ci si è rotta la lavatrice. Quindi domattina toccherà pure lasciare il tepore caldo e asciutto della nostra casa per mettere piede in qualche emporio dell'elettrodomestico e girare tra cestelli e oblò a parlare di centrifughe e partenze ritardate. yuhuu.
Che poi, carissima lavatrice, amica dei panni più sporchi, pure tu...
D'accordo che la caldaia alla fine si è capito che scherzava e basta, mica faceva sul serio, la simpaticona.
Ma in questo momento quel pacchettino di euro che dovremmo lasciare in negozio per portarci a casa una tua degna sostituta li avremmo spesi volentieri per qualcos'altro.
Mensole per il salotto e la cucina, finire la camera dei bimbi, comprare un tavolo... non so se hai presente in che stato versa il resto della casa?
Per non parlare di altro, di quello che può apparire senz'altro superfluo, e anche se fa rima con passione guai a lamentarsi.
Chiudiamo 'sta mesta parentesi, che mi si incupisce l'umore.

Quindi il programma per il fine settimana è questo: ricerca lavatrice.
Pranzi, manicaretti e sfizi  a volontà,che il marito è a casa e senz'altro sarà posseduto dal sacro fuoco dello spignattamento, e io lo lascio fare volentieri.
Pigri pisolini pomeridiani che tanto fuori piove e dove vuoi andare e mi sta anche tornando il raffreddore.
Pastrocchi, pennelli e pittura che tanto fuori piove e qui c'è bisogno di colore.

Se anche voi sarete imprigionati dalla pigrizia sulla poltrona ecco un lavoretto semplice semplice per tenervi un minimo svegli e attivi e portare un po' di colore sui vostri muri e musi lunghi.

Tutto è cominciato prima di Natale.
Mi ero messa in testa di rinnovare le decorazioni dell'albero e farne una versione "mangereccia": ghirlande di pop-corn, candy canes, fette di arance secche, gusci di noce, bastoncini di cannella e così via.
Tra malanni e altre faccende non sono riuscita nell'intento e quindi mi sono tenuta l'albero così com'era.
Qualche abbozzo d'addobbo però è stato creato e ora fa bella mostra di sè in casa.

Comunque...era dicembre e il malanno di stagione regnava sovrano in questa casa.
Si spremevano arance mattino e sera.
Tante spremute significa tante bucce d'arancia, da mettere sul termosifone a seccare e a profumare l'aria.


Tante bucce secche d'arancia tutte assieme dispiace quasi buttarle via.
Vuoi che non si riesca a combinarci qualcosa?


Forbici, una tazza di tè e un lungo pisolino dei bimbi sono sufficienti.




Nelle mie intenzioni dovevano venirne fuori degli alberelli di Natale, ma mi sa che era chiaro solo a me.
Comunque con qualche perlina di legno, ago e filo qualcosa salta fuori.


Delle campanelle? Delle palline per l'albero? Non so, fate voi.
A me piacciono anche solo così, come bucce d'arance una sull'altra e nulla più.


Un po' fiori, un po' stelle.
Allegre e colorate.
Qualche foro e un po' di spago e una ghirlanda agghinda il muro bianco.



mercoledì 15 gennaio 2014

activity board DIY

Il vantaggio di avere un bimbo non ancora perfettamente parlante lo puoi cogliere in vari frangenti.
Per esempio quando ti chiede "atta...atta...atta..." per avere l'ennesimo cioccolatino e tu gli rispondi, innocente e (finto)ignara " va bene amore, adesso ti do un po' di acqua": ecco che il tuo non appare ai suoi occhi come un rigido, e un po' bacchettone, divieto salutista, ma semplicemente come l'ennesima prova che sei, di già, un po' dura di comprendonio.
Poco male, l'importante è che la dose giornaliera di cioccolato che credeva di poter assumere dalle feste in poi  inizi a tornare a posologie idonee a un bambino di 22 mesi.
Oppure te ne accorgi quando è il momento di scrivere la letterina a Babbo Natale, e puoi approfittare della sua ancora poco accurata, ma non scarsa che ciarliero è ciarliero il ragazzo solo che si capisce ancora poco, capacità verbale e approssimativa proprietà di linguaggio.
Sei ancora libera di fargli recapitare dall'omone di rosso vestito quel che meglio credi, lanciandoti in un abile e virtuoso esercizio di competenze e convenienze che potresti riassumere così :" io conosco il mio bambino, lo osservo, so cosa è meglio per lui e di cos'ha bisogno...e soprattutto di cosa ho bisogno io e di cosa ritengo sia da tenere assolutamente distante dalle sue mani e dalla mia casa."


Non c'è voluto molto ad individuare un regalo adatto al mio bambinone.
Conosco le sue passioni. E so che alcune di queste diventano facilmente ossessioni.
Nel senso che ossessionano me...mi fanno uscire pazza.
Le antine della credenza per esempio: c'é stato un tempo in cui era felice solo quando finalmente aveva svuotato la dispensa sbattendo a terra pacchi di pasta-biscotti-cereali, oppure quando finalmente aveva tirato fuori tutte le tovaglie, che per fortuna non stiro...
Che tesoro, eh? Adorabile.
Ultimamente invece grande impegno dedica e grande diletto trae da un'altra irresistibile marachella,di quelle all'"amici miei": entra in cucina, mentre ovviamente siamo con le mani in pasta inzaccherati ben bene ed impossibilitati a muoverci dal lavello, e ci spegne la luce. Chiude la porta e se ne va.
Lo fa anche quando siamo in bagno. E il nostro bagno, mistero della ristrutturazione dei vecchi proprietari, non ha un interruttore per la luce dentro al bagno. Che gioia. Che bei momenti.
E quindi ecco, tieni, caro il mio capitan Fracasso, quel che ti ci vuole.
Una piattaforma da smanettamento. Un concentrato di congegni. Una raccolta di strumenti propedeutici alla produzione del baccano e alla soddisfazione del tuo sanissimo e sacrosantissimo bisogno di sperimentare, esplorare, capire.
In rete se ne trovano una discreta quantità di esempi e variazioni sul tema alla voce activity board.
Una delle mie preferite è questa, senza dubbio.

Noi siamo partiti con qualcosa di molto semplice, lasciando lo spazio necessario per aggiungere poi ulteriori pezzi e marchingegni, stimolando ed affinando così le capacità del nostro abile scassinatore.


Il tutto si compone di: una tavola di legno, una rotella grande e una più piccola ma che ruota in due versi, interruttori, un campanello da bicicletta, un chiavistello, delle serrature a manopola e due cerniere a cui abbiamo attaccato due pezzetti di legno a mo' di porticina.
Ecco qui:


Delle doverose precisazioni.
La prima: ho usato una terminologia senz'altro pressapochista e errata. Pardon. Nonostante io sia figlia e nipote di falegname non ho gran dimestichezza con il linguaggio tecnico da carpenteria e ferramenta.
Guardate la foto e fidatevi di quella.
La seconda precisazione: finora ho detto "abbiamo", ma in realtà è tutta opera di mio marito.
Io mi sono limitata ad illustrargli l'idea e a mostrargliene qualche esempio.
Poi ho fatto tutto da solo: ha scelto i pezzi, le dimensioni, la disposizione. E ha montato il tutto.
Ed è stato un successone.
Finalmente non cuciniamo più al buio, in bagno possiamo rilassarci, porte e antine non vengono quasi più aperte, sbattute, riaperte e risbattute e così via...


Lui si diverte, applicandosi con curiosità e gran voglia di sperimentare.
L'altro giorno l'ha completamente rivestita con una coperta di lana, cercando di far uscire i vari attrezzi dai fori della maglia.
A volte viene usata come cucina, il che mi pare un'ottima interpretazione.
Qui sotto invece lo potete vedere alle prese con un interessante prototipo di spacca-maccheroni, di sua invenzione, da brevettare senz'altro.


lunedì 13 gennaio 2014

in Provenza: le ocre e Roussillion

Nessun viaggio in vista.
Nessun itinerario da studiare all'orizzonte e nessuna valigia pronta sulla porta, per ora.
Antidoti?
Giusto un paio: sognare i prossimi e ricordare i vecchi.
E se oggi quello sopra la mia testa è l'ennesimo cielo lattiginoso e denso, davanti ai miei occhi io voglio e pretendo colore.
Rispondo alla nebbia con rossi e caldi pigmenti, con frammenti di un viaggio passato, con alcuni tra i migliori tasselli di quel mosaico provenzale in cui abbiamo vagato due anni e mezzo fa, ormai.
Quindi Signore e Signori, per la serie "nostalgia nostalgia canaglia" va ora io onda:
 "viaggio in provenza: le ocre e Roussillion".

Siamo nel cuore del Luberon, regione tra le più succulente della Provenza: lavanda, piccolo borghi, bella campagna, ottimo cibo e vino.
E la tradizione millenaria dell'ocra, della sua estrazione che ha portato ricchezza e fama alla zona e dei suoi sensazionali paesaggi.

Abbiamo cominciato con una visita alle mines de Bruoux: l'ultima cava di ocra ancora attiva in Europa.
45 km di gallerie nelle quali vengono estratte, con metodi pressochè manuali, data la delicatezza del materiale, ancora migliaia di tonnellate di ocra ogni anno.
Alcune gallerie sono aperte e accessibili al pubblico e meritano davvero una visita.
Per la spettacolarità di queste ampie e altissime gallerie rosse e per il pezzo di affascinante storia dell'industria e dell'artigianato che si portano appresso.


L'ingresso alle gallerie...

io ci provo

Io ci provo.
Come sempre, come nella peggiore delle mie tradizioni, all'ultimo minuto.
Perchè sono sempre stata quella che "ma sì , c'è ancora tempo", "ma sì, farò dopo, anzi domani",  quella che i compiti li faceva gli ultimi giorni delle vacanze, e via così...
Comunque io ci provo.
Partecipo a quest'iniziativa, per la mia primissima volta.
Con un piccolo diy che non è nulla di che, ma è la prima cosa che ho pubblicato qui sul blogghetto, e quindi se lo merita!

Se volete provarci anche voi andate a dare un'occhiata qui:

http://mammadisordine.blogspot.it/2014/01/diy-contest.html


sabato 11 gennaio 2014

il fior fiore dell'inverno


Eccoci qui. Sono pronta.
A fare i conti con te, per l'ennesima volta.
Non mi piaci sai, c'è poco da fare.
C'ho provato, oh se c'ho provato.
Ma non va, inutile sforzarsi.


Se solo durassi un po' meno.
Un mese sarebbe l'ideale, per me.
Poi basta, avanti il prossimo.
Non è colpa tua. E sei anche tremendamente necessario.
Solo che qui in questa palude padana si fa fatica ad apprezzarti.



Sei umido. Goccioli dal cielo tutto il giorno, a volte per settimane intere.
Ogni tanto regali qualche giornata limpida, tersa, e fredda, di quel freddo vitalizzante,che mi sferza di energia.
Ma sono perle rare, di luce e cieli blu.
Neve qui sempre poca.
E quando ne scende un po' tutti giù a imprecare, e i disagi, e il traffico, e i disservizi.
A me dà più noia sentire loro, che affrontare il tuo manto bianco.
Invece qui, in questa porzione di terra tra monti e mare, la nebbia la fa da regina.


Sei buio, troppo buio.
Anche se inizi quando le giornate hanno ricominciato ad aggiungere spicchi di sole all'alba e al tramonto, la strada è ancora lunga.
Io arranco senza sole, questa è la verità.
Andrei in letargo, ecco.
Come uno scoiattolo, mi chiuderei nella tana sommersa di noccioline.
Ridurre al minimo attività, impegni, aspettative.
Dormire e dormire e dormire.
Calde coperte, soffici cuscini, tazza bollente tra le mani.
Il più confortevole degli stereotipi, da consumare sul divano, sbirciando ogni tanto dalla finestra per vedere se per caso la nebbia ha ceduto il posto ad un fiocco di neve, o a un raggio di luce.
E allora infilarsi cappelli e cappotti e correre giù.



Nelle foto: Nebbia a Casavecchia, gennaio 2011, ore 14.00.

Nelle orecchie, questo:
Bob Corn -Cold and gold

e anche questo.






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